Magazine
Il Fotomaniaco

Il Fotomaniaco (7)

Martedì, 30 Agosto 2016 11:09

Eugene Smith - Catturare l'essenza

Scritto da

Il 21 settembre presso il Centro Culturale di Milano, e per la prima volta a Milano, si inaugurerà la mostra fotografica dedicata a Eugene Smith (1918-1978).

Chi è Smith?

E’ uno dei grandi maestri del reportage fotografico moderno, un fotografo con una capacità innata di raccontare le storie attraverso la fotografia, eliminando gli stereotipi, i preconcetti e avendo ben chiaro il risultato già al momento dello scatto. Non è mai stato un reporter formale, amava la post produzione in camera oscura fatta anche di sovrapposizioni d’immagini e ritocchi, non per “falsificare” ma per sovrapporre una visione personale creativa che elevi la condizione umana ad una dimensione epica.

Inizia a fotografare molto giovane e quando si iscrive all’università e da subito collabora con riviste locali per poi essere contattato dal settimanale Newsweek, da cui venne cacciato quasi subito perché si rifiutò di fotografare con un marchio imposto dalla redazione. I conflitti con i committenti caratterizzarono tutta la sua vita professionale, forte sostenitore che la fotografia dovesse avere una funzione etica, non esitava ad imporsi sulla scelta delle fotografie da pubblicare, sull’impaginazione e la sequenza non rimane per molto a spasso perché viene subito contattato dalla celebre rivista Life, che lo assume per coprire il teatro bellico del Pacifico nel secondo conflitto mondiale. Qui si distingue pubblicando delle immagini che diventeranno famose e imprescindibili. Purtroppo durante un bombardamento una granata lo ferisce in modo grave al volto e per i due anni successivi vivrà una tormentata vita fatta di continui interventi chirurgici e di angoscia psicologica sulla sua ripresa fisica e capacità di ritornare a fotografare.

Eugene comunque è un uomo determinato e il suo ritorno sullo scenario fotografico, sempre collaborando con Life, fa uscire capolavori di reportage come:

  • "Spanish Village", in cui è raccontata una cittadina spagnola in pieno franchismo
  • "Country Doctor", narrazione fotografica dell'attività di un medico generico nella campagna americana
  • "Minamata", in cui fotografò i tragici effetti dell'inquinamento da mercurio in Giappone

I sui bianchi e neri "sporchi" sono dirompenti aggiungono quei "puntini sulle i" che non danno scampo allo spettatore che si trova risucchiato nelle sue immagini “ascoltando” il suo racconto.

Muore nel 1978, per una grave forma di diabete, dopo aver conseguito (due anni prima) con l’aiuto di Ansel Adam una cattedra all’università dell’Arizona.

Perché è importante andare a vedere questa mostra fotografica?

Semplice!!! Perché saranno esposte ben sessanta stampe originali eseguite e curate personalmente da Eugene Smith, una retrospettiva su tutta la sua carriera di fotoreporter, proveniente dalla collezione privata di H. Christopher Luce di New York, vi assicuro che sarà una gioia per i Vostri occhi e per la Vostra anima.
L’esposizione, ideata da Camillo Fornasieri, direttore del CMC, curata da Enrica Viganò

Dove

Centro Culturale di Milano
Largo Corsia dei Servi, 4 - Milano
TEL. 02 86455162
E-Mail segreteria@cmc.milano.it

Quando

da mercoledì 21 settembre a domenica 4 dicembre 2016

Ingresso

Libero

Venerdì, 24 Aprile 2015 12:09

Federico Patellani - Professione fotoreporter

Scritto da

Federico Patellani

Professione fotoreporter

Palazzo Madama (Cortile Medievale) – Piazza Castello - To

Dal 23/04/2015 al 13/09/2015

 

Federico Patellani è stato il primo fotogiornalista italiano e uno dei più importanti fotografi italiani del XX secolo, la cui produzione è eseguita quasi tutta per i giornali, Dal suo ricco archivio sono state selezionate 90 fotografie in bianco e nero che meglio rappresentano la carriera di Patellani dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Sessanta, quando il fotografo si dedicò soprattutto alla fotografia di viaggio. Federico Patellani racconta un’Italia che cerca di dimenticare il passato, la guerra, e di scovare le proprie radici, di costruire un nuovo paese che si evolve, da società contadina a società industriale. La mostra è suddivisa in sezioni tematiche: La distruzione del paesaggio urbano italiano alla fine della seconda guerra mondiale, la ricostruzione e la ripresa economica, il sud e la Sardegna, la nascita dei concorsi di bellezza e la ripresa del cinema italiano, i ritratti degli artisti e degli intellettuali. Patellani, laureato in legge, si avvicina alla fotografia durante il servizio militare, per documentare varie operazioni. Dal 1934 inizia a collaborare con il “Tempo”, l’allora settimanale impostato come il “mitico” Life americano e luogo dove al tempo parecchi intellettuali collaboravano. Solo dopo la guerra grazie alla sua fine cultura riesce con efficacia a lavorare sulla sua passione di narratore fotografico e fin da subito i reportage appaiono sulle riviste come racconto dell’Italia che cambia: dal referendum monarchia-repubblica all’occupazione delle terre nell’Italia meridionale e del lavoro dei minatori di Carbonia, dal lavoro nelle campagne e nelle fabbriche alla nascita dei concorsi di bellezza speranza di molte giovani donne che volevano uscire da una situazione di miseria postbellica, dal mondo del cinema a quello dell’arte e della cultura, qui grazie al lavoro intrapreso con diversi registi e produttori italiani dell’epoca come Mario Soldati, Carlo Ponti, Dino De Laurentis e Alberto Lattuada riesce ad avere un palco privilegiato che “sfrutta” per ritrarre molti se non tutti i personaggi cinematografici: Totò, Sofia Loren, Ingrid Bergman, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Elsa Martinelli, Anna Magnani, Giulietta Masina, Fellini, Visconti De Sica. Ma anche artisti e letterati come: Thomas Mann, Carlo Carrà, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Ardengo Soffici, Filippo de Pisis. Le sue fotografie sono ancora oggi attuali perché prive di retorica.

Il catalogo in vendita (€28,00) presso la mostra, è a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, pubblicato dalla Silvana Editoriale.

 

23 aprile - 13 settembre 2015

Palazzo Madama – Corte Medievale

Piazza Castello - Torino

Dal martedì al sabato ore 10-18 (la biglietteria chiude un'ora prima)

Domenica ore 10-19 (la biglietteria chiude un'ora prima)

Lunedì di apertura straordinaria:

lunedì 27 aprile ore 10-18

lunedì 4, 11, 18, 25 maggio ore 10-18

lunedì 1 giugno ore 10-18

Orari nei seguenti giorni festivi:

Sabato 25 aprile ore 10-18

venerdì 1 maggio ore 10-18

martedì 2 giugno ore 10-18

Tariffe

Biglietto intero: Euro 8

Biglietto ridotto: Euro 5

Omaggio:

- bambini fino a 14 anni di età compresi

- portatori di handicap + 1 accompagnatore

- possessori di coupon omaggio de La Stampa

- giornalisti con tesserino in corso di validità

- guide turistiche munite di patentino

- possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte

- possessori di Torino + Piemonte card + un bambino di 12 anni muniti di tessera

- possessori Torino + Piemonte card junior (12-18 anni) muniti di tessera

- possessori di coupon omaggio generico

Sabato, 06 Agosto 2011 14:09

Il secolo Moderno

Scritto da

Titolo: Il Secolo Moderno

Autore: Peter Galassi

Edizioni: Contrasto

376 Pagine

352 riproduzioni in B/N

110 Riproduzioni a colori

Costo: € 55,00 (amazon.it)

 

“Il Secolo Moderno non è un libro fotografico classico ma bensì un saggio scritto e curato da Peter Galassi, direttore del dipartimento di fotografia al Museum of Modern Art di New York, in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson.
L’opera è stata pubblicata in occasione della mostra The Modern Century che si è tenuta al MoMa 11 Aprile – 28 Giungno 2010 e in Italia è stata tradotta e pubblicata dalla Contrasto
E’ un’opera completa probabilmente la monografia la più ampia pubblicata su HCB, il libro fisicamente consta di 376 pagine rilegate in un’austera ma elegante copertina rigida ricoperta a sua volta da una riuscita sovracopertina che anticipa al meglio i contenuti del tomo.
Al suo interno la struttura è divisa a macrocapitoli, vecchi mondi, tempi moderni, fotografie, punti di riferimento, per la stampa il lavoro di Bresson per i periodici, cronologia delle principali mostre fotografiche e pubblicazioni, bibliografia e filmografia di riferimento, indici e nomi.
Il primo capitolo, tempi moderni è per lo più scritto, il saggio, qui l’autore ha tratteggiato con novizia di dettagli la vita di Henri Cartier Bresson in ogni aspetto dalla vita privata all’inizio della carriera professionale, all’incontro con Robert Capa e la fondazione della mitica Magnum, i viaggi, senza però tralasciare cosa ha spinto HCB a regalarci la sua visione del mondo. Nulla viene lasciato al caso neanche la descrizione puntuale dell’archiviazione dei negativi e delle discussioni con i redattori, principalmente quelli di Life. In questo saggio per esempio ho conosciuto un aspetto di Bresson a me ignaro il fatto che sia stato attore cinematografico oltre che pittore, un vero artista completo.
Il saggio non è di lettura immediata e scorrevole, numerosi sono i riferimenti e richiami a fatti e personaggi che nel novecento hanno determinato la storia della fotografia e generalmente la storia, a parere mio spunti molto interessanti per un approfondimento sul contesto in cui HCB lavorava.
Il secondo capitolo le Fotografie, scusatemi, ma è l’apoteosi, ci sono ben 462 riproduzioni di cui 352 bicromie e 110 a colori, oserei dire che ci sono tutte, sicuramente le più famose e viste in altre pubblicazioni e mostre in giro per il mondo ma ci sono diverse strabilianti fotografia mai apparse, come anche delle riproduzioni di articoli pubblicati sulle riviste illustrate (Life).Un consiglio se mi è concesso e quello di guardare le fotografie tranquillamente e semmai tornarci sopra dopo un primo sguardo, personalmente ogni volta che le osservo scopro una suggestione in più e anche dei suggerimenti.
Nel libro si parla anche delle numerose discussioni a riguardo dell’impaginazione e delle didascalie con esempi visivi di come le riviste trattavano il materiale fotografico.
Descrivere le fotografie è impossibile, sicuramente sminuirei la bellezza, la straordinaria semplicità di descrizione dell’artista ma posso dire, visto che ho potuto vedere numerosi originali qui riprodotti, che le immagini sono stampate abbastanza bene e danno un’idea molto professionale del risultato finale, sicuramente superiore alla media dell’editoria fotografica italiana in questo momento.
Il terzo capitolo è quello che mia ha sorpreso di più, punti di riferimento, qui viene descritto Henri Cartier-Bresson reporter. Coadiuvati da numerose cartine topografiche Galassi ci accompagna nei viaggi del fotografo, ci fa capire l’intenso lavoro svolto, cercando di essere sulla notizia, ma nel caso di HCB chiamerei storia, e con numerosi richiami datati ci fa cogliere il senso del lavoro del reporter a cavallo della seconda guerra mondiale, le difficoltà dei spostamenti e l’intuizione di trovarsi in un determinato posto al momento giusto.
E’ un capitolo molto interessante non comune, è la prima volta che trovo delle informazioni del genere.
I rimanenti capitoli sono un classico, le pubblicazioni, le mostre,ecc., una cosa che mi ha sorpreso leggendoli, è la lista delle riviste a cui ha collaborato due pagine fitte di nomi di testate.
Concludendo penso che sia un libro fondamentale per chi fotografa e generalmente per chi ama la fotografia, sicuramente un’opera da inserire nella libraria non per fargli prendere la polvere ma per farlo vivere nelle proprie mani.
Ultima nota, il costo, non è dei più abbordabili cinquantacinque euro (prezzo di copertina) non sono pochi, ma vi garantisco che sono ben spesi e sicuramente non sarete pentiti di averli messi in questo bel e ben fatto saggio su Henri Cartier-Bresson.
Buona lettura e visione
Lino (Il Cubano)

Martedì, 06 Dicembre 2011 18:25

"Io Amo L'Italia" L. Freed

Scritto da

Titolo: Io amo l’Italia

Prefazione: Michael Miller

Edizioni: Admira - MI

215 Pagine

190 riproduzioni in B/N

Costo: € 38.25 (IBS.it)

 

Premetto non conosco a fondo questo fotografo, per fortuna su insistenza di un amico, Claudio, sono andato a vedere la sua mostra alla Fondazione Stelline in Corso Magenta 61, Milano (fino 08/01/2012).

Sinceramente ci sono andato prevenuto pur sapendo che Freed ha fatto parte della mitica Magnum, pensavo al solito fotografo americano che era venuto nel nostro paese come meta “esotica” per descrivere in parte i nostri stereotipi.

Nulla di tutto ciò, già dalle prime fotografie, fatte principalmente nella Little Italy dove risiedeva negli anni cinquanta si nota una ricerca più antropologica sui costumi ed usanze delle persone, donandoci una visione del tutto normale quasi confidenziale degli emigrati in America e nel suo susseguirsi del nostro paese, girato in lungo e largo, Sicilia,Firenze, Venezia, Milano, fino ad arrivare a Roma progetto purtroppo incompiuto, muore nel 2006.

Il catalogo, oggetto di questa recensione, riproduce e aggiunge immagini alle cento in esposizione tracciando un percorso fatto negli anni nel nostro paese.

La stampa delle riproduzioni sul catalogo è discreta ma come diceva lo stesso Freed, “se si cerca troppo la perfezione si può perdere l’istinto vitale della scena che si sta raccontando” (o ammirando, aggiungo io) e in questo caso il catalogo riproduce quasi fedelmente questa sua convinzione ridandoci delle stampe ben curate ma con le imperfezioni tipiche dell’editoria.

Il catalogo comunque e ben composto con una prefazione critica di Michael Miller, non prolissa e convincente nella descrizione di Freed come uomo e come fotografo e in coda un’altrettanto concisa cronologia per sommi capi, collaborazioni, riviste, articoli, ecc..

Le fotografie non sono sequenziali per data ma miscelate (un piccolo appunto le didascalie sono un po’ troppo ermetiche) questo per dare risalto al pensiero del fotografo che non si riteneva un fotogiornalista, che non interveniva sugli avvenimenti ma sulle loro cause, le persone.

Freed si riteneva un artista immerso nella scena fotografata e ne faceva parte attiva ma allo stesso tempo ne voleva assolutamente rimanere neutro senza dare una posizione politica, sociale, ecc. insomma viveva il momento con le persone ritratte e per questo in molte fotografie che vengono riprodotte in questo catalogo si ha a netta sensazione che lui sia li come una persona di famiglia, compagno di lavoro o di gioco.

Nelle sue immagini ci vedo molto Henri Cartier Bresson ma con la freschezza di una nuova visione se vogliamo, concedendomi il termine, di moderno, dinamico e ancora più immerso nello sguardo risolutore (?) del divenire, non a caso nulla apparentemente cambia dalle sue fotografie degli anni cinquanta a quelle del secolo odierno, la stessa macchina fotografica, la stessa pellicola in bianco e nero, lo stesso cuore, occhio, pensiero, in breve il suo stile che ha mantenuto inalterato e profondo per tutta la sua carriera e vita.

Sicuramente è un buon libro per incominciare a studiare la fotografia di Freed, non troppo impegnativo (ma assolutamente non superficiale ne banale) ma sicuramente meno intenso,penso, di altre sue pubblicazioni come Black in White America sulla condizione razziale nel suo paese oppure The Spectre of Violence sulla disgregazione di NY e la violenza della sua polizia, come pure dei lavori pubblicati sugli ebrei ortodossi (Freed era ebreo) e delle guerre storiche nel medio oriente.

Personalmente consiglio l’acquisto di questo libro perché attraverso le immagini di Freed possiamo vedere il nostro paese da un altro punto di vista, di un uomo e un fotografo veramente innamorato del nostro paese senza cadere nel banale luogo comune.

Buona lettura e visione

Lino (Il Cubano)

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 18:54

Ansel Adams 400 Phototograps

Scritto da

Titolo: Ansel Adams – 400 Photographs

Autore: Andrea G. Stillman

Edizioni: Little, Brown and Company

440 Pagine

400 riproduzioni in B/N

Costo: € 30.77 (amazon.it)

 

Prima di parlare specificatamente del libro vorrei descrivere Adams come uomo e come fotografo questo perché penso che sia importante contestualizzare la sua vita per capire poi la sua monumentale fotografia.

Ansel Adam nasce a San Francisco, è di famiglia borghese e le sue vacanze le trascorre Yosemite National Park , importante luogo che segnerà tutta la sua vita. A 14 anni riceve in regalo la sua prima macchina fotografica che consolida nel tempo oltre all’amore per la natura anche l’amore per la fotografia.

Oltre a diventare un attivista ambientalista riesce a pubblicare e guadagnare fotografando i parchi nazionali in particolar modo lo Yosemite National Park e il Grand Cayon, e pur ricoprendo diversi incarichi istituzionali nel mondo ambientalista e di gestione dei parchi non dimenticherà mai l’arte fotografica che gli servirà sia come mezzo espressivo di amore per la natura ma anche come divulgazione “scientifica” di essa.

Adams nel 1932 fonda, assieme a Edward Weston, ill gruppo f/64 allo scopo di riunire i fotografi che aderiscono alla cosiddetta “straight photography” corrente in contrapposizione ai “pittoricisti”, molto attivi nei primi anni del ‘900, il gruppo f/64 lavorò per una fotografia pura, f/64, appunto, è l'apertura minima di diaframma per ottenere il più alto valore di profondità di campo: la netta, assoluta nitidezza, usare il medium (la macchina fotografica) come strumento che aiuta ad avvicinarsi il più possibile alla realtà, e non come frontiera tecnologica che permette sempre più di allontanarsene.

Da qui si può osare e dire che nasce la vera fotografia moderna non solo naturalistica o documentaria ma anche di reportage, non a caso viene contattato da Henri Cartier-Bresson della Magnum.

Ma Adams è anche famoso per la sua invenzione, il sistema zonale, tecnica che permette di trasportare la luce che vediamo in densità diverse sui negativi e successivamente riportarle in fase di stampa, di questa teoria scrisse una magnifica trilogia “didattica”: la fotocamera, il negativo e la stampa, che credo pur passando ai nuovi mezzi tecnologici, il digitale, sia ancora attualissima, personalmente ho letto nella rete di fotografi che stanno studiando il modo di trasportare il sistema zonale nel mondo informatico, ho forse esiste già?

Parliamo ora del libro, è un bel tomo tutto da guardare e riguardare, purtroppo le uniche scritte, l’introduzione e le note finali (spiegano in parte le fotografie pubblicate) sono in inglese, pertanto bisogna impegnarsi un po’ (almeno io al quale l’inglese è ostico) con un buon vocabolario o traduttore, ma ripeto questo libro è soprattutto da guardare.

Il libro è suddiviso in sezioni, annate e luoghi, e naturalmente la fa da padrone Yosemite e la Serra che nello scorrere degli anni possiamo rivedere nella ripetizione fotografica dello stesso luogo ma con una maturità e consapevolezza data ad esempio dall’adesione al gruppo di Weston.

Non aspettatevi solo dei grandi paesaggi americani ma anche dei meravigliosi ritratti e dei naturalistici still life, personalmente adoro i suoi alberi ripresi come “nature morte” oppure le molteplici tonalità e sinuosità delle rocce.

Il redattore dell’opera Stillman, sapientemente, ha curato molto bene il libro è ci ha salvato da fotografie a doppia pagina, spettacolari ma a dir poco volgari, e la stampa tipografia è ben curata con tutti i soliti limiti editoriali, avendo personalmente visto parte delle fotografie pubblicate in stampa originale, potrei dire che siamo lontani anni luce, ma pensando a Voi lettori che non necessariamente avete avuto questa fortuna, le quattrocento riproduzioni fotografiche sono più che decenti.

Sicuramente è un libro che consiglio di comprare non solo ai fotografi ma anche agli amanti della natura, il costo per un’opera così corposa e ben fatta non è eccessivo e sicuramente in rete si può trovare anche a meno.

Vorrei aggiungere una piccola nota finale e se volete un mio piccolo rallegramento personale, nel libro a pagina 175 vi è la fotografia che mi ha fatto scoprire e apprezzare Adams “moonrise, Hernandez, New Messico 1941”, ritengo che questa sia una delle fotografie più belle mai scattate, che assieme a poche altre hanno fatto crescere in me la voglia di cimentarmi in quest’arte.

Buona lettura e visione

Lino (Il Cubano)

Martedì, 25 Settembre 2012 04:36

Robert Mapplethorpe

Scritto da

 

Titolo: Robert Mapplethorpe

Autore: Alessandra Mauro e Alessia Tagliaventi

Edizioni: Contrasto

220 Pagine

Costo : € 24.65 (contrastobooks.com)

E’ doveroso fare subito una premessa, sul libro e su Mapplethorpe, se siete suscettibili a delle immagini che possono apparire “pornografiche” non comprate questo libro, se ciò non fosse ed il vostro interesse è lo studio della fotografia, allora non potete fare a meno di acquistare questa ottima pubblicazione che ci dona una panoramica sul lavoro di uno dei grandi fotografi del ventesimo secolo.
Mapplethorpe nasce negli Stati Uniti d’America a Long Island nel 1946, negli anni sessanta frequenta la scuola per le arti applicate, il Pratt Institute di Brooklyn, e in questi anni, conosce la cantante Patti Smith con cui rimarrà amico e con cui avrà un intenso legame artistico.
Presto i due si trasferiscono a Manhattan, Mapplethorpe al tempo (1969), era un artista poliedrico, disegnava, creava gioielli, era influenzato dalle nuove nascenti correnti pop, dei new dada per non dimenticare in seguito Andy Warhol.
Il suo approccio alla fotografia è stato apparentemente casuale, crebbe in lui la necessità di fotografare quando si trovò a creare dei collage prodotti da ritagli di giornale erotici e pornografici, e non volle più accontentarsi di fotografie altrui ma voleva essere coinvolto in prima persona ed avere molto più materiale a disposizione, per fare ciò incominciò a frequentare la New York underground dei locali omosessuali e sadomaso.
Nel tempo queste attenzioni lo porteranno a raccontare il mondo sommerso (in via di emancipazione) diventandone parte e crebbe l’interesse per i corpi maschili, specialmente neri, questo lo portò ad iniziare un notevole studio comparativo con la scultura e l’arte antica in genere, tutto nella sua fotografia diventerà oggetto di arte e perfezione della forma, sicuramente la sua visione del tempo ci costringe a camminare tra fotografia e scultura, tra eros, anche brutale, e purezza, in una lotta ostile.
La sua dualità interiore fu evidente sin dalla prima apparizione in pubblico come fotografo, dove nello stesso giorno inaugurò due mostre in due gallerie differenti, Erotic Pictures e Flowers, nei biglietti d’ invito appariva la stessa immagine, una mano che firmava un foglio bianco, per la prima mostra la mano era riprodotta in una veste sadomaso per la seconda era vestita elegantemente, questa dualità rimarrà sempre presente nella sua arte, sia che abbia fotografato fiori, tanto belli quanto erotici, sia che abbia fotografato corpi di modelli e modelle.
La sua fu una grande fotografia, tecnicamente perfetta, studiata nei minimi particolari, nulla era lasciato al caso e nulla di quello prodotto era ed è banale, ma per Mapplethorpe non fu facile imporsi come artista

spesso per via dei soggetti fu censurato, tuttavia non perse mai questa carica provocatoria che penso nel tempo abbia aiutato all’emancipazione della “comunità” omosessuale e capire con un’espressività diversa l’arte mitologica.
Il libro è molto bello, curato bene e stampato altrettanto, purtroppo per chi ha visto le sue stampe originali, eccezionali, noterà il solito difetto della stampa editoriale, ma in questo caso Contrasto ha lavorato al meglio per donarci delle belle riproduzioni.
Nel libro oltre all’introduzione delle curatrici c’è anche una interessantissima intervista fatta a Mapplethorpe da Janet Kardon, dove si può comprendere a fondo il rapporto dell’artista con la fotografia, con il mondo in cui vive e con se stesso, dandoci una fondamentale chiave di lettura alle numerose fotografie che seguiranno.
Le fotografie riprodotte sono una sintesi di tutta la produzione fotografica dell’artista, si parte, dai primi scatti fatti con la polaroid, acerbi ma pieni d’intensità e ricerca, per seguire con gli autoritratti, tecnicamente perfetti  dove si coglie più profondamente la sua dualità interiore.
La parte più corposa è dedicata allo studio del corpo umano il “corpo”, in questo capitolo ci sono entusiasmanti fotografie dei suoi modelli preferiti da Burlet a Lyon, da Thomas a Patrice, dimenticandone sicuramente molti altri, una piccola serie è poi dedicata alla campionessa di culturismo Lisa Lyon.
In questa sezione si riesce a percepire il profondo studio che il fotografo a fatto nella ricerca della forma perfetta ricollocabile alle statue greche e romane, personalmente penso che sia anche riuscito a riprodurre in chiave moderna l’uomo vitruviano di Leonardo (vedi pagine dalla 127 alla 133).
Altro capitolo importante e a mio parere fondamentale, è quello successivo, i fiori, perfetti nella ripresa, semplici e enigmatici nel contenuto, potenti nel messaggio, sono fiori apparentemente innocui ma che conoscendo i “corpi” di Mapplethorpe riportano ad una visione naturale dell’erotismo del corpo umano.
Il successivo capitolo è importante se non altro perché denso di affettività, è lo spazio riservato a Patti Smith, le fotografie riprodotte sono molto intime, dove si percepisce la profonda amicizia che lega i due artisti e dove spicca ancora e comunque la voglia di ricerca.
Gli ultimi due capitoli presenti in questo libro sono un po’ più marginali, i “ritratti” e “i bambini”, anche per  Mapplethorpe  come per tanti fotografi emergenti in quegli anni e dotati di una tecnica sopraffina, molti Vip ambivano ad essere fotografati da questo “strano” personaggio, le fotografie sono belle, ma se non per qualche riproduzione pubblicata, bisognerebbe rivolgere la nostra attenzione ad altri fotografi del tempo, che hanno fatto del ritratto celebrativo un’arte.
Per i bambini penso che sia la sua produzione fotografica meno riuscita, in quanto colgo molta distanza tra lui e il mondo infantile, ma vale la pena comunque di soffermarsi se non altro per apprezzare la tecnica fotografica.
Concludendo è un libro che consiglio, la sua lettura e la sua visione vi cattureranno facendovi entrare in un altro mondo che probabilmente pochi conoscono, la bellezza, per i fotografi esperti potrà essere motivo di confronto con colui che per tutta la sua breve vita ha cercato la perfezione, a cui si è avvicinato.

Buona Vita
Lino (Il Fotomaniaco)

 

 

Martedì, 14 Maggio 2013 19:10

Gianni Berengo Gardin "Storie di un fotografo"

Scritto da

Autore: Denis Curti

Editore: Marsilio (collana cataloghi) 205 pag. 140 Riproduzioni in bianco e nero

Costo: € 35 (IBS.it)

Prima di parlare di questo libro vorrei fare una piccola riflessione personale. Gianni Berengo Gardin è il fotografo a cui sono più legato nel panorama fotografico, vuoi per attinenza con il suo fotografare, vuoi perché le nostre vite, casualmente e no, si sono incrociate diverse volte.Tutto ha inizio tanti anni fa ad una fiera della fotografia, io giovane ed inesperto, con la voglia frenetica di fotografare, e lui già tra i grandi della fotografia italiana e non solo.Mi ero recato a quella kermes su sollecitazione di mia moglie stanca di vedere decine di fotografie belle ma chiuse in un cassetto, e va detto che al tempo (stupidamente e con presunzione) non leggevo ne libri fotografici ne tanto meno andavo a visitare mostre fotografiche, non volevo essere influenzato da altre visioni, volevo essere a tutti i costi originale (?).

Comunque feci una selezione di fotografie, dieci, le impaginai con cura, la stampa era al massimo, la selezione mi piaceva molto e parlavano di Milano dei tanti cambiamenti che la mia città subiva.Quando arrivai per farmi leggere il mio portfolio una gentile signorina mi avvisò che il fotografo con cui avevo l’appuntamento non era disponibile e se era di mio gradimento in sostituzione ci sarebbe stato Berengo Gardin, io accettai, non lo conoscevo per via della mia ostinazione, sorridente e sicuro del mio lavoro mi sedetti di fronte a lui, e lui, altrettanto gioviale mi osservava, con quegli occhi fermi e gentili.Dopo qualche convenevole di rito, abbassò gli occhi ed incominciò a sfogliare, io lo scrutavo, ma non riuscivo a percepire nulla, il suo sguardo era concentrato ma non lasciava trapelare nulla, il suo ritmo nello sfogliare le pagine era costante.Quando finì i suoi occhi mi tornarono a fissare, solo dopo qualche istante mi chiese informazioni sulle fotografie del perché avevo scelto quel tipo d’immagini, perché le avevo scattate con quell’inquadratura, il suo tono era deciso ma comprensivo, ritornò a guardare le mie fotografie, ed ora qualche commento lo fece.Quando finì e mi riporse il lavoro declinò quelle parole che da allora sono il mio tormento, “con queste dieci belle fotografie cosa hai voluto raccontarmi?”, neanche la mia sfrontata giovinezza e passione per la fotografia riuscirono a farmi dire una parola, non sapevo come rispondergli , ora direi, muto a causa della mia ignoranza, ma non si limitò a dirmi solo quelle tombali parole le argomentò mi disse come un fotoreporter prepara i suoi lavori, che approccio deve avere con la ripresa fotografica, ecc., ecc, come raccontare una storia, penso che in un quarto d’ora mia abbia raccontato la sua vita di fotoreporter.Uscì da quell’incontro piangendo, senza vergognarmi di farlo, pensando che la fotografia non sarebbe mai stata in nessun caso e in nessuna forma parte della mia vita, del mio stile di vita.Questo incontro, dopo un periodo di frustrazione, fu fondamentale per me, da li incominciai a studiare la fotografia, gli autori, mi iscrissi ad una scuola ed ebbi la fortuna di conoscere altri “fari” della fotografia, il mio professore “Giovanni Chiaramonte” e “Luigi Ghirri”, grazie alle parole di un uomo che ha negli occhi e nel cuore quella grande capacità di sintesi di raccontare il mondo attraverso le immagini ho scoperto la fotografia e il raccontare per storie.Con Berengo Gardin gli incontri negli anni successivi sono stati molteplici, a qualsiasi conferenza ove lui intervenisse io partecipavo, gli ponevo domande, cercavo risposte risolutive, cosa a cui lui non si è mai tirato indietro, sempre pronto ha donare come un buon artigiano coscio di tramandare un “mestiere”, il più bello del mondo.Sicuramente Gianni non si ricorderà di me neanche di quegli incontri privati nel suo studio, che fortuna volle scoprii a poche centinaia di metri da casa mia, io ero un giovane impertinente, pieno di voglia caotica, ma probabilmente senza quel talento che lui (forse) desiderava.Per quanto detto scrivere su Gianni Berengo Gardin, mi mette gioia ma anche mi fa riaffiorare quel timore reverenziale che ebbi dal primo momento che lo guardai negli occhi.Questo fotolibro voglio dirlo subito non è un suo libro è un catalogo della mostra fotografica svoltasi a Venezia in un luogo stupendo la Cà dei Tre Oci, mostra veramente bella che condensava in centotrenta stampe da negativo tutta la sua carriera fino ad oggi.Penso che sia stato un lavoro immane scegliere tra le centinaia di migliaia di fotografie significative stampate per rappresentare il suo lavoro, mi piace pensare che questo libro e la mostra siano un indice (temporaneo) di una grande carriera, fatta da più di duecento pubblicazioni, trecento mostre, collaborazioni con giornali e riviste, Panorama (di Pannunzio) e Turing Club Italiano, monografie per aziende, Fiat, Olivetti, IBM,ecc. ecc.

E comunque un bel libro curato da Curtis con una bella prefazione di Italo Zannier, la visione e “semplice” e le didascalie sono veloci e immediate, come un fotoreporter appunta nel suo taccuino, sicuramente è un libro da comprare visto il costo abbastanza contenuto, che certamente da una buona panoramica sulle opere dell’autore e potrebbe fare crescere dentro di noi la voglia di acquistare qualche suo libro.La riproduzioni delle immagini è sullo standard dell’editoria italiana, non è male ma non è neanche eccelsa, e per chi avesse visto la mostra sicuramente non sfuggirà la differenza tonale di alcune di esse con la stampa originale, e se devo fare un appunto la scelta d’impaginare alcune immagini su doppia pagina fatta personalmente da Berengo Gardin mi lascia un po’ di amaro in bocca, ma questa è una considerazione molto personale, sulla buona lettura di una fotografia.Sicuramente è un libro che consiglio a tutti coloro che praticano la Street e il fotogiornalismo, a tutti coloro che nella fotografia cercano il massimo del dettaglio, nitidezza, alla ricerca di una perfezione che in natura non esiste, qui ( e nei suoi libri tematici) si potrà ammirare come la grana, la “grana grossa” sia parte integrante delle sue storie.

Buona Vita

Lino (Il Fotomaniaco)

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, navigando questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.